Profumo di Champions: Storie di suicidi.

Su un totale di quattro sfide, tre squadre hanno tirato giù per lo sciacquone il vantaggio accumulato nella gara d’andata, due delle quali addirittura in casa. Vediamo come

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FRONTE DEL PORTO

La storica tradizione della Roma a venir meno nelle gare dentro/fuori, qualsiasi sia la competizione, la stagione e la conformazione astrale, aggiunge un nuovo capitolo alla voce “eliminazioni ai tempi supplementari”.

Tutto si compie a partire dal minuto 112 fino al 116 (perchè coll VAR una certa dilatazione dei tempi è sempre da mettere in conto): conclusione dal limite dell’area destinata a finire sul fondo, Florenzi si allarma forse oltre misura e per impedire a Fernando un possibile tap-in lo trattiene con evidente strattone alla maglia.

Cakir (una finale di Champions e due semifinali dei mondiali arbitrate) sulle prime non vede, ma subito sente attivarsi il suo senso di VAR nell’auricolare, dove gli segnalano di andare a dare un occhio al monitor.

Ci va, rigore, Telles lo realizza e alla Roma restano solo rimpianti e recriminazioni, come quella per un possibile (se non probabile) rigore per fallo su Schick in area ben oltre lo scadere dei supplementari.

Che poi la partita la Roma l’aveva pure indirizzata secondo un binario tutt’altro che malvagio: sfuriata iniziale dei padroni di casa, svantaggio meritato ma raddrizzato grazie a un solare rigore per fallo su Perotti, trasformato con sicurezza dal capitano De Rossi. Poi l’ennesimo pisolino difensivo e la contesa trascinata ai supplementari, con gli esiti sopra descritti.

Temi arbitrali a parte, che meriterebbero ben più lunga dissertazione, la puzza di bruciato per questa partita si sentiva in casa Roma sin dalla partenza a Fiumicino: ancora vive le ustioni di terzo grado del derby, e la sensazione diffusa di una mancanza complessiva di carattere, cosa che se ci fosse stata avrebbe potuto trasformare la partita di ieri in Portogallo (abbordabile) in un trampolino di rilancio, e invece chiude il sipario sulla stagione europea della squadra, con inquietanti interrogativi (a partire dal manico) sulla prosecuzione di quella nazionale. Come sempre accade, a farne le spese in prima persona è l’allenatore, banale dire che non sarà l’esonero di Di Francesco a risolvere tutte le problematiche, meno banale pensare che col nuovo tecnico (Ranieri pare il candidato più probabile) ora la palla delle responsabilità stagionali passa quasi del tutto in mano ai calciatori.

Passa il Porto, lo diciamo con sfrontatezza e senza censura: lo vedremo al massimo per altre due partite.

GLI ANNI D’ORO

Che questa non fosse tra le stagioni migliori dell’esaltante epopea dei blancos madrileni, lo si era capito da un pezzo.

La cessione del suo giocatore migliore, il cambio di un allenatore particolarmente incline a mettersi nei guai (Lopetegui) con un sostanziale parvenue (Solari), i risultati altalenanti, la parabola discendente dei suoi uomini migliori; però se è vero che la grandezza risplende anche nei modi in cui avviene il trapasso, il Real ha certamente ricevuto un colpo di grazia affascinante.

Pochi confronti possono dichiararsi maggiormente onusti di storia e di gloria di questo, e i lancieri olandesi, seppur giovani e sfrontati, hanno perpetrato il loro personale deicidio come si conviene, nelle modalità più alte, profanando il tempio e costringendo alla resa il mitico avversario concedendogli persino la scelta delle armi.

Armoniosa e insieme utilitaristica, sin dalle prime battute di gara l’Ajax ha srotolato sul manto del Bernabeu una pergamena programmatica di quello che, oramai da quarant’anni, gli olandesi intendono per football: squadra corta, palla sempre giocata anche nelle situazioni scomode, capacità individuali che si esaltano funzionali al collettivo (dove sei stato finora, Dusan Tadic?) quattro gol e una superiorità che, in termini storici, potremmo definire più concettuale che militare, come se il reame spagnolo fosse stato sottomesso non da un’invasione armata, ma da una corrente di pensiero rivoluzionaria.

Il Real, che pure aveva vinto la contesa di andata in maniera troppo fortunosa per definire meritata, ha provato ad opporre resistenza, ma le sue argomentazioni sono state presto inibite da una squadra che ora diventa di diritto la più intrigante mina vagante della competizione, poche speranze (oggettivamente) di vittoria finale, ma concrete possibilità di regalare, almeno per altre due partite, altri esempi del suo meraviglioso funzionalismo estetico.

LA SOTTILE LINEA ROSSA…

…è quella che divide un ritorno gestito con agevolezza una situazione di comodità dalla capacità seriale di complicarsi la vita, e qui veniamo al terzo suicidio di giornata, scenario Parigi.

Chi scrive aveva genuinamente (e forse ingenuamente) apprezzato con lodi sperticate la matura prestazione del PSG nel teatro dei sogni nemmeno due settimane fa, un doppio vantaggio maturato in una gara condotta con convinzione e piglio, che lasciavano pensare, almeno per quest’anno, a un prosieguo più felice oltre lo scoglio degli ottavi.

Tutto da ritrattare.

In casa la squadra della città delle luci fa un qualcosa di epico al contrario, e cioè concedere il lasciapassare a uno United sostanzialmente già quasi rassegnato, che trova slancio nel gol all’avvio, riprende abbrivio con la collaborazione di Gigi Buffon (che in Champions deve oramai quasi adattarsi al ruolo di eroe tragico) e, come una Roma qualsiasi, suggella l’omelette all’ultimo secondo, facendosi mostrare la porta d’uscita da un rigore (assai dubbio invero).

Siamo abbastanza sicuri oltre timore di smentita che ci siano modi più consoni di affrontare una gara di ritorno in casa in vantaggio di due gol, alibi non ce ne sono in quanto le assenze erano parimenti debilitanti su entrambi i fronti, il PSG potrebbe passare agli annali di questo passo come una squadra talmente grigia da non meritare nemmeno l’appellativo di “magnifica incompiuta”, in quanto nulla sembra realmente davvero sul punto di compiersi.

In questa folle edizione di Champions difficile capire che ruolo potrà ritagliarsi lo United di Solskjaer, squadra solida, non trascendentale, che però ha dato la sensazione a Parigi di essere andata ben oltre le sue possibilità.

In queste folli serate, l’unica a sbrigare il suo compitino è il Tottenham di Pochettino, 3-0 all’andata 1-0 al ritorno, semplice, lineare, quasi fuori luogo.